Project Description

Tesoro del Ghetto Ebraico
restauro di oggetti liturgici del XVIII e XIX secolo, Museo Ebraico, Venezia

progetto
restauro di alcuni oggetti liturgici della comunità ebraica di Venezia

luogo
Museo Ebraico, Venezia

alta sorveglianza
Soprintendenza Speciale per il Patrimonio
storico, artistico ed etnoantropologico e per il
Polo Museale della città di Venezia
e dei comuni della Gronda lagunare

ditta esecutrice
Re.Co., Roma

donazione
Vhernier;
Venetian Heritage

inizio lavori
ottobre 2012

fine lavori
gennaio 2013

finanziamento
63.000,00 €

Nel 2016 ricorre il cinquecentesimo anniversario del Ghetto ebraico di Venezia. Venezia fu per secoli un punto d’incrocio per la cultura ebraica e il Ghetto era composto da una comunità ebraica prosperosa e internazionale. Con un decreto del 29 marzo 1516 il Senato della Serenissima Repubblica di Venezia concedeva agli ebrei un’area circoscritta della città: nasceva in tal modo il primo e più antico ghetto d’Italia. Il Ghetto, sebbene istituito come luogo di segregazione, diventò il punto d’incontro di numerosi gruppi di ebrei di nazionalità diverse e un’importante risorsa per lo stimolo della vita culturale ebraica in molte altre parti del mondo. Si stima che circa settecento ebrei, tedeschi, italiani e alcune famiglie levantine, siano entrati, in breve tempo, nelle case del Ghetto Nuovo, i cui portoni si chiudevano alla sera per aprirsi solo all’alba. Di difficile interpretazione l’origine della parola ghetto: ghèto, getto, ghetto, geto. Quel terreno chiamato il getto o il ghetto era la sede delle pubbliche fonderie. Ghetto, dunque, deriverebbe dal nome dell’isola dove esistevano le antiche fonderie. Spetta dunque a Venezia aver diffuso nel mondo questo termine. Da quel 1516 e fino al 1797, per circa tre secoli, ebbe luogo una convivenza di diverse entità etniche confluite a Venezia (tedeschi, italiani, levantini e ponentini), la più tollerante città d’Europa. Gli ebrei tedeschi riuscirono, già tra il 1528 e il 1532, a costruire le loro splendide sinagoghe maggiori (Scola Grande Tedesca e Scola Cantòn), nelle quali poter seguire il loro rito originario e alle quali si aggiunsero altre tre più piccole Scole sorte nel Campo. Gli ebrei italiani, emigrati da Roma o dall’Italia centrale, seppero anch’essi mantenere vivo il loro culto e costruire la loro sinagoga nel 1575 (Scola Italiana), accanto ai luoghi di culto tedeschi. Ben diverse furono invece le condizioni di vita della natione levantina e di quella ponentina, accolte, nella seconda metà del Cinquecento (1541 e 1589) nel Ghetto Vecchio. Divenuti sudditi dell’Impero Ottomano, gli ebrei levantini acquistarono un posto di prestigio nel grande commercio marittimo, perciò Venezia li accolse con favore, in vista del loro apporto all’economia della città. La Serenissima concesse loro lo spazio aperto del Ghetto Vecchio, dove poterono avere un ospedale, una locanda, un ricovero per i mercanti di passaggio e dove poterono esibire la loro ricchezza nell’esuberante decorazione della loro grande sinagoga, la Scola Levantina. Nelle calli vicine, gli ebrei ponentini, profughi dalla penisola iberica dopo la cacciata del 1492, eredi della grande cultura dell’ebraismo spagnolo medievale, poterono erigere la più grande sinagoga del Ghetto veneziano, la Scola Spagnola. Nel 1797 le truppe francesi guidate da Napoleone invasero la Repubblica di Venezia e portarono la libertà anche agli ebrei, che divennero cittadini a tutti gli effetti. Da allora, la storia degli ebrei di Venezia si sviluppò lungo linee simili a quelle degli altri ebrei d’Italia. La comunità veneziana partecipò alle lotte risorgimentali, portò il proprio contributo di sangue alla prima guerra mondiale, visse i terribili anni del fascismo e della Shoà. Oggi, il Ghetto, l’unico che mantenga intatta la sua fisionomia di calli e campielli, con le sue cinque splendide sinagoghe e il suo museo, sa ancora raccontare le memorie di una comunità che ha vissuto per secoli sulle isole della laguna, apportando spesso un alto contributo alla lunga storia della città di Venezia. Nel settembre 1943 due anziani veneziani di religione ebraica, responsabili del servizio religioso della Sinagoga Spagnola e di quella Levantina, nascosero una selezione di preziosi oggetti liturgici in un luogo segreto, prima dell’arrivo dei nazisti in città. Quei due uomini non fecero più ritorno dai campi di sterminio. Tale selezione comprendeva corone d’argento, teche lignee, oggetti vari e i tradizionali decori in argento che adornavano i rotoli della legge ebraica, la Torah. Gli oggetti del tesoro rimasero celati e dimenticati fino a qualche anno fa, quando per puro caso, durante il restauro della Sinagoga Spagnola, furono ritrovati. Gli oggetti liturgici restaurati erano stati creati da artigiani veneziani nel XVIII e XIX secolo e fanno parte di un patrimonio che evidenzia come la civiltà veneziana diventò esemplare in Europa grazie alla sua multietnicità e multiculturalità. Gli oggetti costituiscono una piccola parte della collezione del Museo Ebraico di Venezia e si presentavano in pessimo stato di conservazione. Creati dai più noti artigiani veneziani, come è spesso documentato dai caratteristici punzoni, sono un’importante espressione dell’arte orafa della Serenissima. Le corone (‘ataròth), che insieme ai terminali per i puntali del rotolo della Torah (rimmonìm) ornano il rotolo pergamenaceo che contiene, in caratteri ebraici quadrati, il testo del Pentateuco, costituiscono la maggior parte del patrimonio artistico delle varie sinagoghe. Le corone presentano motivi decorativi a volute in stile barocco: esse venivano prodotte, nel tempo, sulla base di modelli fissi, al punto che la produzione seriale portò alla ricerca di infinite varianti ornamentali, talora in oro, nei riquadri della superficie argentea esterna. Alle tradizionali immagini del Tempio di Gerusalemme, in forma stilizzata, o dell’altare e dell’Arca Santa, si affiancano perciò soluzioni floreali o strumenti musicali. I rimmonìm offrono la possibilità di un maggior numero di varianti. Benché legati spesso a una produzione in serie, tuttavia sul modello base tipicamente veneziano del rimon a torre, si inseriscono soluzioni a tre balze, con le immagini del Tempio o dell’altare; a balaustre, con pinnacoli, campanelle; talora immagini floreali o musicali. Non mancano le scelte rotondeggianti a forma di pigna, simbolo della fertilità, appartenenti, con ogni probabilità, ai primi dell’Ottocento. I portaprofumi (besamìm) ricordano, sia pur in forme semplificate, le fogge a torre dei rimmonìm. Usati per la benedizione che si recita all’uscita del sabato, sono anch’essi dono di singoli fedeli alla propria sinagoga, come lo sono le manine (yadòth) usate per seguire la corretta lettura del Sefer Torah. Donazioni fatte talora in memoria dei propri congiunti sono anche le lampade, di foggia varia, ma sostanzialmente create su un unico modello, che ornavano e illuminavano lo spazio cultuale dei vari edifici sinagogali; mentre legati più strettamente ancora allo stile del Settecento veneziano sono la brocca e il catino, in argento, usati per la lavanda delle mani del kohèn (celebrante), prima della benedizione. Gli altri oggetti restaurati sono tutti legati a singole festività, per esempio le lampade a muro a nove bracci (Chanukkyà) venivano accese in occasione della festa di Chanukkà. Sono state restaurate sette coppie di rimmonìm, trenta oggetti liturgici, realizzati per la maggior parte in lamina d’argento sbalzata e cesellata e treteche lignee (Tiq). Alcuni rimmonìm e alcune corone hanno applicazioni di elementi decorativi ottenute mediante fusione e dorate, probabilmente ad amalgama di mercurio. L’intervento più complesso ha riguardato i rimmonìm che, per la maggior parte, sono composti da vari elementi sbalzati assemblati insieme, il cui vincolo era spesso allentato o deformato, con conseguente perdita di stabilità. Tutte le superfici erano coperte da uno spesso strato di sulfurazione o ossidazione del metallo; in alcuni casi erano talmente sporche che risultava difficile distinguere con certezza i materiali costitutivi. Molti oggetti presentavano inoltre numerose deformazioni e vistose saldature a lega di stagno, eseguite durante precedenti interventi di manutenzione. Tutti gli elementi compositi sono stati smontati per permettere una pulitura più approfondita, la rettifica degli incastri, e la riparazione dei vincoli danneggiati. Le superfici sono state pulite a tampone con sostanze abrasive in polvere finissima (carbonato di calcio o bicarbonato di sodio). Nei casi di sulfurazione più consistente sono stati eseguiti impacchi localizzati con EDTA trisodico applicato in forma di gel, facendo poi seguire una rifinitura meccanica a tampone e un accurato risciacquo in acqua deionizzata per la rimozione dei residui. Gli oggetti in argento sono stati protetti con un triplice strato di resina nitrocellulosa per rallentare la formazione di un nuovo strato di sulfurazione.