Project Description

Paliotto bronzeo di Nicolò Roccatagliata
chiesa di San Moisè, Venezia

progetto
restauro del paliotto bronzeo del XVII secolo

luogo
chiesa di San Moisè, Venezia

direzione lavori
Soprintendenza Speciale per il Patrimonio
storico, artistico ed etnoantropologico e per il
Polo Museale della città di Venezia e
dei comuni della Gronda lagunare

ditta esecutrice
Re.Co., Roma

donazione
Vhernier;
Venetian Heritage

intervento svolto nell’ambito del programma congiunto
UNESCO-Comitati Privati Internazionali per la Salvaguardia di Venezia

inizio lavori
febbraio 2011

fine lavori
giugno 2011

finanziamento
22.270,00 €

L’opera

Le informazioni relative ai due artisti Roccatagliata che hanno realizzato l’opera sono scarse: Nicolò nasce a Genova, apprendista presso l’orafo Agostino Groppo. È a Venezia a partire dal 1594-1595, dove avrebbe frequentato Tintoretto e dove lascia opere documentate nella basilica di San Giorgio Maggiore. Rimane ancora oscura la figura del figlio Sebastian Nicolin, che nel 1636 opera a Venezia in varie chiese come la basilica marciana e la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo. L’opera potrebbe non essere stata concepita come paliotto d’altare: il punto di osservazione privilegia una visione dal basso verso l’alto. Considerato dalla critica il capolavoro dei Roccatagliata, il paliotto è stato eseguito nel 1633, come documenta l’iscrizione. Molto complessa la decifrazione dell’immagine, piena di suggestione per la capacità di oscillare tra aderenza didascalica ai testi sacri, accentuazione espressiva della narrazione e visione poetica. La rappresentazione è tripartita: al centro Cristo deposto sorretto da putti alati con in alto il Padre Eterno; a destra le Marie e San Giovanni con il Vangelo sostenuto da un’aquila e, a sinistra, la preparazione del sepolcro con Giuseppe d’Arimatea sulla destra e vari astanti intorno.

Il restauro

Il paliotto è stato realizzato con la tecnica della fusione a cera persa. Una volta smontata l’opera e osservata dal retro, è apparso chiaro come sia stata realizzata in più parti con un metodo piuttosto complesso e inconsueto. Tutti gli elementi figurativi aggettanti sono stati fusi separatamente e inseriti in fori appositamente ricavati sul fondo realizzato, a sua volta, in tre parti. Le giunzioni si presentano coperte con stuccature composte da resine e cera, che risultavano in molte aree fessurate, parzialmente distaccate e, in prossimità dei bordi, molto lacunose o mancanti a causa dell’avanzato stato di degrado di queste aree. Per verificare come le varie parti fossero vincolate tra loro, è stata condotta un’indagine radiografica dell’intera opera che ha evidenziato la quasi totale assenza di saldature, nonché una forte disomogeneità nella qualità della fusione. Le tracce di uno strumento tagliente, visibili lungo i bordi delle parti più aggettanti e delle loro sedi sul fondo, fanno ipotizzare che questi elementi siano stati applicati con un sistema di incastro meccanico ottenuto per battitura. Al momento dell’intervento di restauro l’intera superficie si presentava coperta da uno strato opaco di colore nerastro, da accumuli di polvere e schizzi di cera, che rendevano difficilmente leggibili i raffinati dettagli del modellato. Il degrado più consistente si osservava sui bordi, dove erano evidenti spesse concrezioni di prodotti di corrosione del rame, costituite principalmente da cloruri e carbonati. La campagna diagnostica sui materiali era finalizzata a stabilire la metodologia d’intervento più corretta e selettiva. È stato individuato un primo strato a base di oli siccativi a diretto contatto con il metallo che costituisce la probabile finitura superficiale voluta dall’artista, sopra una patinatura indotta chimicamente. Al di sopra degli oli è stato rilevato uno strato eterogeneo di cere, riconducibile a interventi di manutenzione successivi. Per individuare il metodo di pulitura più idoneo che rispettasse la patina originale, rimuovendo esclusivamente gli strati soprammessi, sono stati eseguiti test di solubilità con varie miscele di solventi. Le incrostazioni di prodotti di corrosione sono state rimosse meccanicamente con l’ausilio di bisturi, micromotori e vibro incisori. Al termine sono stati effettuati vari cicli di lavaggi con acqua deionizzata e trattamenti di inibizione della corrosione attiva; le superfici sono state infine protette con cere microcristalline appositamente formulate per la protezione dei manufatti metallici.